Lesioni e degrado: cosa si può fare?

Negli edifici contemporanei capita spesso di notare, lungo la superficie intonacata, la presenza di cavillature o lesioni sottili, il più delle volte generate da cedimenti di fondazione, errori nel dimensionamento strutturale o nell’esecuzione in cantiere o ancora diversa dilatazione termica dei materiali a contatto.

Tali fessure, anche se apparentemente innocue per via dello spessore irrilevante, con il passare del tempo possono portare a infiltrazioni di acqua in grado di danneggiare gravemente le murature sulle quali sono presenti.
È lecito chiedersi per quale motivo vi siano molti più casi di fessurazioni oggi che non in passato. Anzitutto non bisogna dimenticare che negli edifici tradizionali le murature erano realizzate con malte di calce il cui indurimento avveniva lentamente assicurando una maggiore elasticità e un conseguente adattamento all’umidità e alle variazioni termiche; inoltre le altezze degli edifici e di conseguenza i carichi da sopportare erano più limitati. Invece oggi l’uso di cementi con dosaggi elevati porta ad un indurimento rapido, che non consente successivi assestamenti. Infine la necessità di incrementare, per ragioni economiche, la velocità di esecuzione, comporta frequentemente l’applicazione di finiture su strutture ancora non assestate, il che genera continue fessurazioni.

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Oltre a quanto già detto, tra le problematiche più frequenti vi è l’errato dosaggio nella preparazione del calcestruzzo; infatti, per agevolare la fase di getto e velocizzare vibratura e lavorazione del prodotto, il più delle volte si chiede al conducente dell’autobetoniera di aumentare il contenuto di acqua nell’impasto, senza considerare che  un elevato rapporto acqua/cemento, accompagnato da una protezione assente durante il periodo di maturazione causa quasi sempre ritiri rilevanti in grado di formare, ad esempio nel caso del getto di un solaio, delle fessurazioni in corrispondenza del collegamento dei cordoli alle murature in laterizio.

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L’eccessiva quantità di acqua nel dosaggio comporterebbe anche una ridotta resistenza del solaio stesso, tale da generare rotazioni in corrispondenza degli appoggi, sollevando i cordoli e generando fessurazioni anche più in basso.

Per evitare tali problematiche occorrerebbe:
– realizzare solai con spessori di sicurezza (maggiori di 1/30 della luce);
– assicurare un’adeguata protezione dalle radiazioni solari, oltre ad una bagnatura uniforme per i primi giorni successivi al getto, per evitare ritiri troppo elevati;
– rivestire il cordolo, a maturazione completata del calcestruzzo, con tavelle in laterizio, così da uniformare il materiale a contatto con l’ambiente esterno, evitando inoltre ponti termici e condense;
-proseguire con il getto delle strutture solo dopo che quelle sottostanti abbiano raggiunto un’adeguata resistenza;
– isolare adeguatamente i solai di copertura per evitare che, in presenza del solo impermeabilizzante, si generino dei surriscaldamenti tali da attivare cicli stagionali di dilatazione e contrazione nella struttura sottostante, in grado di portare a lesioni anche più in basso, in corrispondenza dei giunti di malta, che offrono minore resistenza;

Ma soprattutto occorrerebbe formare, informare e monitorare adeguatamente e costantemente le figure presenti in cantiere, il cui obiettivo principale risulta essere sempre “ottimizzare la velocità d’esecuzione“, per incrementare il guadagno, senza preoccuparsi minimamente della scarsa qualità di prodotti e mano d’opera, a cui, in uno scenario contemporaneo di evidente decadenza, siamo ormai tristemente abituati.

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About the Author: Giovanni Tona

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